Blognovel: istruzioni per l'uso!

Benvenuti lettori!
A voi, che siete giunti in queste pagine, è dedicato questo piccolo trafiletto...che ci siate arrivati perché indirizzati o per caso, perché obbligati, perché siete inciampati nella Rete e ci siete finiti di faccia o peggio...perché la cosa vi ha incuriositi...beh...l'importante è che ora ci siete!
Seguite i numeri di ogni post nell'Archivio blog come fossero piccoli capitoli e sprofondate nel nostro mondo!

Quattro autori (dai ritmi bradiposi) un giorno han deciso di "divertirsi" spiattellando sul web le loro surreali idee e creando questo luogo: una blognovel, ma anche un cadavere eccellente!
Le regole che guidano la mano degli autori sono semplici:
1) un autore non può scrivere due post di seguito (quindi devono essere sempre alternati), in questo modo non c'è monopolio ma neanche dei turni fissi (si scrive quando si può);
2) non c'è uno stile o genere: il romanzo può andare dal fantasy al realistico, dal poliziesco all'horror, dalla commedia a quello che si vuole;
3) numerare i post: in questo modo la lettura è facilitata;
4) non esagerare con la lunghezza;
5) possibilmente cercare di non pilotare la trama e lasciare qualche porta aperta per chi scriverà dopo;
6) utilizzare i post per la storia ed i commenti per le opinioni.

Buona lettura,
Belfolk

mercoledì 20 giugno 2012

25 "anche se dentro una lacrima"

Corri! Maledizione corri o perderai l'autobus! 
Speriamo che il semaforo all'incrocio sia rosso o non ce la farò mai! 
Ogni santa mattina mi tocca fare la centometrista...ad ostacoli: quella carrozzina la vedo dura da superare!
Possibile che metto la sveglia sempre prima e faccio sempre più tardi? 
Ti prego fai che il conducente mi veda e non faccia il bastardo! 

SALVA! 

Anche oggi il 545 è un carnaio, con i piedi a filo dello scalino di metallo e le porte scorrevoli che si aprono e chiudono praticamente sul naso: una marea di gente, una folla e in fondo anche qui riesco a sentirmi sola.
In quel vetro non esattamente pulito intravedo il mio riflesso: è buffo come una cosa così semplice sia diventata assurda nell'ultimo anno e chissà da quanto avrebbe dovuto esserlo!? La consapevolezza è giunta poco alla volta, come un sogno che viene ricordato lentamente durante la giornata e poi ha cominciato a sfociare in visioni, in ricordi che non dovevano essere lì, in immagini di un'altra me stessa e di altre decine di persone. Accettare tutto questo è stato angosciante, finché il mio orgoglio non ha capito cosa stava succedendo: mi stavano usando!
I ricordi di una riunione clandestina e poi il boato, le pareti che esplodevano e la gente che scappava, la folle corsa per non essere presa, il ferimento (ancora adesso se piego le mani riesco a sentire distintamente le piaghe lì dove non dovrebbero essere) e il trasferimento al laboratorio della clinica.
E poi la follia.
La follia di chi vuole raggiungere i propri scopi a tutti i costi.
Mi avevano addormentato, mi hanno trasformato e mi hanno dato una vita fittizia perché io non mi accorgessi di nulla.
Sfruttano il mio potere per i loro esperimenti: corpi, coscienze, anime? All'inizio non riuscivo a capire e ancora adesso molte cose mi sfuggono: cosa sono diventata? Sono legata a tutti loro, come un nodo autostradale è legato alle città intorno, ma sono anche qualcos'altro: prendono, danno, passano, si combinano, cambiano...un tassello centrale in un puzzle di follia!
Nomi e sentimenti che si succedono (quale sarà il mio?): Carlo, Davide, Eléna, Federico, Franco, Gianluca, Linda, Lucia, Lucrezia, Maria, Valeria,Vittorio... Se li abbandonassi avrei abbastanza potere da reagire, ma non riesco a slegarmi da lui: quasi non ci credevo, ho persino preso prima coscienza di lui che di me stessa! Il destino forse, ma quanto l'avevo cercato prima di tutto questo, prima di questa vita?
Prender contatti palesemente mi avrebbe fatto scoprire e così ho infuso qua e là un pezzettino di me, un virus che sabotasse piano piano il sistema.
Mi vien quasi da ridere, come faceva quella canzone?

“...Luce che cade dagli occhi sui tramonti della mia terra 
Su nuovi giorni 
Il sole mi parla di te 
(mi stai ascoltando?)...”

mercoledì 8 giugno 2011

24. Caro diario

25/10
Caro diario, da quant'è che non scrivo? Saranno più o meno sei mesi, quando ti confessai che non vedevo l'ora che la mia vita avesse una svolta. Lavoravo come una schiava e se non fosse che il mio lavoro mi piaceva, e mi piace ancora oltre ogni cosa, avrei dato di matto. Stare accanto alle persone bisognose è come scritto nel mio DNA, alleviare le loro sofferenze, portargli conforto. Sai, credo di aver raggiunto l'equilibrio giusto: mi prendo a cuore la loro salute senza lasciarmi coinvolgere emotivamente e penso di aver fatto un ottimo lavoro qui alla clinica finora.
Oggi però è successo quello che non mi aspettavo: penso sia  da almeno una settimana che ho come un ronzio nella testa e alla fine solo oggi ha preso forma e ho realizzato di tenere davvero a che Franco si rimetta presto. Mi sono sentita un po' stupida perché, diciamocelo, non sono più un'adolescente, ma quando l'ho visto arrivare una settimana fa mi ha subito ricordato lui e non ho potuto fare a meno di prenderlo in simpatia.

12/11
Caro diario, mi sono illusa che avrei ricominciato a scriverti con più assiduità, che alla clinica i ritmi sarebbero stati più leggeri, ma per quanto le giornate trascorrano meglio il tempo non è mai abbastanza.
Franco sta rispondendo bene alle terapie e ne sono felice. Ancora fatica a parlare e la maggior parte delle ferite gli procura un gran male, però ci sono io, andrà tutto bene.

17/11
Caro diario, oggi Franco era più in forma, ha anche scherzato: "come si fa a chiamare una bambina Lucrezia?". Mi ha fatto effetto sentirgli pronunciare il mio nome.

28/11
Caro diario, non saprei dire quanti giorni sono passati, se sia notte o meno. Non dormo da tempo immemorabile per i turni  continuati, abbiamo quasi rischiato di perderlo.

8/12
Credo che il Dottor Wormald sia un ottimo medico.

15/12
Le ferite stanno guarendo. Gli somiglia, gli somiglia tantissimo.

24/12
E' la vigilia di Natale e fuori nevica. Dio perché lo hai lasciato morire?

giovedì 5 agosto 2010

23

Anna chiuse la porta dell'ufficio del Dr. Wormald e si avviò agli spogliatoi: quello sguardo le frullava ancora per la testa! Non aveva mai fatto troppe domande, anche per la politica sulla privacy dell'Istituto stesso: rigorosissima. I nomi propri dei pazienti della clinica erano palesi solo se soggiornavano nei reparti del primo piano, al secondo erano codificati: sulle loro cartelle si leggevano solo una sfilza di numeri e lettere; anche i rapporti erano limitati: uno squadrone di infermiere preposte monopolizzava i contatti.
Ultimamente, a pensarci bene, uno di quei plichi continuava a spostarsi dalle diverse scrivanie, anche prima era in bella mostra sotto i gomiti del dottore: il paziente F>C:4135991_068 era diventato particolarmente famoso!
Beh, mai quanto la paziente del terzo piano! Una specie di leggenda metropolitana se non fosse che, a quanto pare, esisteva veramente: tutto il reparto era a lei dedicato ed era posta direttamente sotto le cure del Dr. Wormald, neanche le infermiere del secondo vi si erano mai avvicinate. La paziente 2211251891, detta "5" nei pettegolezzi di corridoio, giaceva in coma farmacologico da tempo immemore e aveva alimentato storie e ipotesi di ogni tipo: c'è chi sosteneva che era arrivata ricoperta di ferite gravi perché coinvolta in un blitz delle forze speciali o in un incidente stile gru (o era un autobus?) contro palazzo, mentre altri sussurravano che fossero tutte scuse.
Era venuto a mancare solo un numero senza importanza! Anna fissava la porta dell'armadietto e quel pensiero non la mollava!

domenica 2 maggio 2010

22. Trentasette

Alla scrivania nel suo ufficio Wormald teneva i gomiti puntati sul tavolo ed il mento poggiato sulle nocche. Qualcosa lo affliggeva, un velo di tristezza passò sui suoi occhi prima di guardare in faccia il suo interlocutore.
Anna stava ripetendogli per l'ennesima volta tutta la storia, e per l'ennesima volta non cambiava una virgola in tutto il racconto. Qualcosa doveva essergli sfuggito perché dati i presupposti la conclusione non poteva essere quella che si era verificata. Non di nuovo.
L'intervento era andato alla perfezione, era stato incaricato lui stesso, ma se non fosse stato così avrebbe voluto prenderne parte. Sentiva come se dai piani alti stessero iniziando ad estrometterlo dalle sue ricerche, dalla sua vita.
"L'operazione è stata magnifica, non un errore, non una sbavatura. Incisione, taglio, resezione, chiusura, tutto eseguito al millesimo di secondo da tutto lo staff. Dev'essere successo qualcosa dopo. Qualcosa nei bendaggi. O nei dosaggi. O...". Anna proseguiva con la sua litanìa.
"No, Anna non c'entra, lei esegue solo gli ordini. Non sa nulla. Non fa domande. La variabile dev'essere un'altra!". I pensieri continuavano a fluire ininterrotti per la mente di Wormald quando si accorse del silenzio che era calato nella stanza.
Anna lo stava fissando, aveva finito di parlare. Anche se stanca dopo la lunga giornata, il suo sguardo era vivo e fermo. Sapeva di non avere alcuna colpa per quanto era accaduto.
"Infermiera Stevenson, può ripetermi cortesemente in che orari ha effettuato le ispezioni?"
"Alle 15, alle 17 ed alle 19. Era tutto in regola: ho controllato i bendaggi e sostituito le flebo. Nel giro delle 21, quando sono arrivata, il paziente non respirava più.".
Wormald riprese il flusso di pensieri e la sua espressione colpì per un attimo l'infermiera: non era quella di un dottore affranto per una perdita, come se quello venuto a mancare fosse solo un numero senza importanza. "Dottore se non ha altre domande io andrei a casa. Il mio turno è finito un'ora fa".
"Certo infermiera, vada pure. La ringrazio, a domani.".
"A domani.".
La stanza ripiombò nel silenzio.
"E con questa volta siamo a trentasette. Sarà meglio che mi sbrighi a farlo tornare prima che non sia più recuperabile."

giovedì 31 dicembre 2009

domenica 11 ottobre 2009

21 "Ciao, il mio nome è ANNA"

Mangiavo lentamente, gustandomi la colazione e la novità, pensando che dovevo dire qualcosa prima che decidesse di andarsene da quella zona della sala; fu solo quando vidi che girava le spalle e stava per imboccare l’uscita, che mi decisi a chiamarla: “Linda?!” lo chignon di capelli scuri ondeggiò mentre la testa si girava verso di me, “ehm…scusa…tu conosci la mia precedente infermiera?”, mi maledissi in quel preciso istante: potevo andarle a chiedere di un’altra donna? Comunque la cosa sortì l’effetto voluto: lei tornò indietro. “Non saprei: ti ricordi come si chiamava?”…
****
'Ciao, il mio nome è ANNA' questo era scritto su quel diavolo di cartellino rosa che non ne voleva sapere di stare dritto, per il resto il nuovo lavoro non era affatto male. Fino a sei mesi fa quasi non lo avrei detto, immersa fino ai gomiti nella quotidiana insania dell’ospedale cittadino, con turni da fabbrica ottocentesca e combattendo per sopravvivere all’affitto e alle bollette. Unica distrazione erano le incursioni del dr. Wormald al vicino reparto pediatrico: lo si sentiva arrivare da lontano con il suo “PAPARAPAPARAPA” cantato allegramente, la bambola da ventriloquo in braccio e l’accento italo-australiano tutto suo…i bambini lo adoravano! Un giorno gli chiesi cosa canticchiasse in continuazione, la risposta fu un “Ma come, non conosce i They Might Be Giants?” alla mia faccia un po’ perplessa si mise a ridere ed incominciammo a far conoscenza. Fu così che scoprii che, oltre a lavorare lì dentro, si occupava anche di un Istituto privato con annessa clinica ed appena ci fu l’occasione cambiai volentieri. Qui di ottocentesco c’era solo l’edificio (mentre il piccolo ospedale accanto era modernissimo), nell’ufficio del dottore al secondo piano si riscontrava la classica aria di chi al lavoro ci vive: sullo scaffale oltre ai libri di medicina e psichiatria si trovavano Il ritratto di Dorian Gray, Il Piccolo Principe, gialli di Agatha Christie, i Discorsi del Buddha, libri di cucina ed erboristeria… il tutto rigorosamente NON per argomento; una chitarra faceva timidamente capolino da dietro un mobile, 2 stampe (un Magritte ed un Dalì) si mantenevano alle pareti incuranti del caos sottostante e, cosa alquanto inquietante, 4 marionette stavano sedute su altrettante sedie. Un conto era vederle all’opera con i bambini, un conto era ritrovarsele lì così!
****
..."Non saprei", mi rispose dopo che le avevo descritto la donna, "ma è anche vero che non conosco molto le infermiere della clinica...al primo piano giusto?" annuii, ma sinceramente non è che l'argomento mi interessasse più di tanto in quel momento!

venerdì 9 ottobre 2009

20. A

Mattina.
Cielo terso e opalescente, d'una luminosità che feriva gli occhi.
- Sto bene, come non mi sentivo da tempo.
Spariti i brutti pensieri, lasciate alle spalle le notti insonni finalmente posso dire di essere riposato.
Anche l'emicrania è molto diminuita.
Se solo... la camera non fosse così... così... Ma chi è che ha deciso di dipingerla interamente di bianco? Non aiuta certo in giornate come questa dove pare di nuotare nel latte!
Nuotare nel latte... mi piace come immagine... Devo tenerla a mente per il prossimo racconto.
Da quant'è che non avevo anche solo un barlume d'ispirazione!
E a proposito di ispirazione ho proprio bisogno di una bella colazione.-
Un tocco gentile alla porta.
"Avanti!"
Dalla porta appena aperta apparve una delle creature più belle che il Signore del Creato avesse mai potuto inventare. Se non svenni era solo perché in quanto uomo avevo una certa reputazione da difendere.
Dal meraviglioso sorriso che mi fece credo mi avesse letto nel pensiero.
"Buongiorno, da oggi mi prenderò cura io di lei, per qualunque cosa chieda a me."
"Proprio qualunque cosa?" chiesi con malcelata malizia. - Accidenti a me, proprio non ci so fare con le donne... -
Un altro sorriso, candido come se non fosse per nulla infastidita. "Qualunque cosa."
E scoppiammo a ridere insieme.
"Ti chiedo scusa, sono stato poco educato così, al primo incontro... Ah, posso darti del tu, vero? Avrai pressappoco la mia età!".
"Certo! Figurati, ne sento tante tutti i giorni!"
"Immagino... Oddio, continuo con la cafonaggine, non mi sono ancora presentato. Piacere, io sono Franco."
Ancora quel sorriso così bello, non riuscivo a distogliere lo sguardo.
"Piacere, io sono Linda."

martedì 15 settembre 2009

19 "Quesiti"

La memoria andò con riluttanza ai bui ricordi dell’Istituto: l’arrivo, dopo che ero uscito dall’ospedale, ancora con le fasce a coprire le ferite, i dottori, i compagni; un conato di pensieri, mi allontanò da quelle immagini, per rispedirmi a quelli ben più strani delle ultime ore/giorni. Il mio sguardo ormai era fermo, la mia volontà (forse la mia rassegnazione) ormai era ferma, guardai verso colui che io chiamavo Raffaeli e, con fare altrettanto gioviale, dissi: “Possiamo fare solo il punto della situazione?”. Mi guardò tra l’incuriosito e lo stupito, annuendo col capo.
Io cominciai: “Un essere dagli strani occhi amaranto, una folta chioma dorata e soprattutto zanne?”, l’uomo anziano alzò la mano come se avesse risposto all’appello; deglutii e continuai “Cosa vuol dire Ne abbiamo trovato un altro? Chi?”, “Si riferiva a me, …a me.” Linda quasi sussurrò quelle parole; mi sembrò strano, era come spuntare la lista delle cose da portarsi prima di un lungo viaggio, solo che le parole cominciavano a mancarmi: “Acqua?”, “Anche quella mia!” il biondo parlò e si stampò un sorriso divertito sulla faccia; “Aria?”, “Il più delle volte io, direi!” Raffaeli rispose ed anche lui assunse un’aria giocosa. Cominciavo a far fatica ad aprire bocca, il prossimo passo sarebbe stata l’afasia. Per contro cominciai a snocciolare tutto quello che non andava: i giorni che andavano e venivano, i sogni fin troppo reali, le cose che sembravano non esistere, i lividi, gli specchi, le foto, i cani, quel posto, Linda…
Senza scomporsi, Raffaeli arricciò un angolo della bocca e rispose: “Complicato! E di alcune cose devo ancora capire il perché!”.
Fu il colpo di grazia, braccia a penzoloni e capo inclinato da un lato, gli rivolsi l’ultima domanda: “La posso chiamare almeno dottore?”, al suo assenso continuai, “Dottore, Franco è mai uscito dall’Istituto quel venerdì? Cioè, io sono mai uscito dall’Istituto?”.
Improvvisamente le figure al di là del muro sembrarono preoccupate, il mondo si stava nuovamente distorcendo, girai la faccia verso la Linda accanto a me e mi immobilizzai. Lo sguardo chino, addolorato, i suoi occhi verdi erano umidi. I suoi bellissimi occhi: erano una passeggiata nel bosco, erano uno spiazzo erboso che dà ristoro, erano la luce del sole che filtra trai rami, e proprio una goccia di quella luce stava cadendo. Non l’avevo mai vista piangere; ed ora una lacrima rigava il suo volto. La consapevolezza che la colpa di quella lacrima ero io, mi fece più male di tutto quello che stava succedendo intorno!

lunedì 7 settembre 2009

18. Un altro

"Benvenuto!". Raffaeli era gioviale, come se stesse accogliendo ospiti graditi nel salotto di casa sua. "Dev'esserci stato un piccolo inconveniente, ti chiedo scusa".
Ero basito.
Un piccolo inconveniente? Quale piccolo inconveniente?
Mi feci forza: "piccolo inconveniente un corno, che sta succedendo?"
Il Dottor Raffaeli continuava a guardarmi con quel suo sorriso affabile, lo stesso stampato sulle facce di Linda e del vecchio biondino. Chi era la persona che avevo davanti? Per quanto sia appassionato di fumetti nessun essere umano arriva trasportato da una tromba d'aria.
"Tutto questo non sarebbe dovuto succedere, non ora almeno. Non eri ancora pronto."
Ok, non ero pronto ma "pronto per cosa?".
"Ogni nostro esperimento giunge a maturazione in tempi ben precisi. Talvolta, tuttavia, accade che un corpo ospite particolarmente sensibile, unito ad un catalizzatore difettoso possa prendere coscienza prima del previsto."
"Io non sono difettosa!"
Era stata Linda a parlare. Ad urlare quasi.
"Di te e del tuo coinvolgimento parleremo dopo". Il tono di Raffaeli era calmo, eppure non ammetteva repliche. "Fortunatamente abbiamo i nostri strumenti di controllo e sono orgoglioso di affermare che hanno funzionato anche questa volta. Com'è che l'avete amorevolmente chiamato? Pulce mi pare..."
Corpo ospite? Catalizzatore?
"Dottore... che cazzo sta dicendo? Credo... Credo che mi debba delle spiegazioni!"
"Ogni cosa a suo tempo. Comincerò col dirti che io non sono Raffaeli e questa non è Linda. Eh, ah sì, tu non sei Carlo".
Stavo impazzendo. Di nuovo.

mercoledì 13 agosto 2008

17 "Incontri"

L'aria umida e opprimente diede vita ad un temporale violento, seguito da una grandinata: mi alzai da terra e corsi verso la macchina per mettermi al riparo. Appena chiusi la portiera mi girai verso il campo e notai che Linda non si era mossa: era lì, immobile ad osservare l'orizzonte, in attesa! Guardai nella stessa direzione: il cielo si era fatto verdastro, non lo avevo mai visto di quel colore, e le nuvole si stavano muovendo sempre più velocemente. Istintivamente buttai l'occhio nel quadro motore: la chiave non c'era!
Qualcuno bussò al finestrino: un uomo anziano, dai capelli biondi, con un ghigno mi redarguì: "Non vorrai perderti il divertimento adesso? Scendi, la grandine è finita!", qualche secondo più tardi smise di grandinare. Quella voce? Dove l'avevo già sentita? Aprii la portiera cercando di fare chiarezza: "Ne abbiamo trovato un altro..." era la stessa voce! Sgranai gli occhi e lo fissai, lui ricambiò con il suo placido sguardo amaranto.
Mi si gelò il sangue nelle vene!
Linda corse a prendermi, gettando un'occhiataccia malefica al soggetto: "Arriva!", urlò; il vento ululava fortissimo...e per una ragione: una tromba d'aria si era formata sul campo e avanzava proprio verso di noi. Scioccamente mi misi a pensare che non era normale: troppo pochi danni! L'uomo ci si affiancò, mormorando qualcosa come "il solito esibizionista!". L'atmosfera si era trasformata, deformata, davanti a noi si elevò un muro invisibile, simile a quello del calore, e dall'altra parte intravidi due figure: un uomo e una ragazza...no, quella era Linda, la Linda delle foto!
La tromba d'aria era in mezzo, incominciò a smorzare, a scemare sempre più, finché non scomparve del tutto: il dr. Raffaeli ne uscì tranquillo. Tutto sembrava in continuo cambiamento, meno lui, sempre uguale, fin da quella lontana volta che lo avevo intravisto all'ospedale, subito dopo che impazzii...

16. Campo sconfinato

Avevamo fatto dunque tanta strada per giungere in mezzo ad un0 sconfinato campo erboso, sullo sfondo alcune colline...
"Linda dimmi dove cazzo siamo e smettila di fare l'enigmatica o me ne torno a casa a piedi!!!"
"Carlo, tranquillizzati... Non puoi capire certe cose se non le vivi... non potrei dirti cosa ti sta per capitare, non mi crederesti, devi solo attendere, dobbiamo solo aspettare..."
"Aspettare cosa??? Basta, sono stanco di te, stanco di tutto, non ce la faccio più, voglio tornare a casa adesso!!!"
Ero stremato e la pseudoserenita' di Linda mi incuteva maggiore terrore, timore, ansia, angoscia. Non la riconoscevo più... Intorno a noi si stava alzando un forte vento e le nuvole nere sembrava che stessero per crollare a terra come piombo.
"Stiamo per tornare a casa, Carlo..." Un sorriso segnava il volto di Linda, che continuava a guardare il cielo plumbeo... Io non ce la facevo più, ero stanco, avevo freddo, mi piegai sulle ginocchia appoggiandole al suolo. La prima goccia di pioggia mi cadde sulla fronte, sollevai il volto sull'imperturbabile Linda che si trovava proprio di fronte a me, in piedi e la supplicai piangendo: "Linda, basta, perfavore... dove siamo? Che cosa facciamo qui, chi, che cosa stiamo aspettando??"
Non si mosse, mi guardò esclamando: "Ora vedrai, stanno arrivando!"

martedì 12 agosto 2008

15. Casa

"Dove stiamo andando?" chiesi cercando di dissimulare l'ansia crescente che minacciava di diventare panico da un momento all'altro.
"A casa!"
La sua voce gioviale suonava tremendamente stonata sullo sfondo delle nuvole grigie che minacciavano tempesta da un momento all'altro.
"Questa non è la strada di casa nostra Linda! Che ti prende? Non mi hai ancora spiegato cos'è successo, anzi ora che mi ci fai pensare non mi hai neanche chiesto cosa ho avuto, il perché del mio comportamento, come se già lo sapessi."
"Io so e tra poco saprai anche tu. Stiamo andando a casa."
Ma quale casa? Quale fottuta casa? Non riuscivo a pensare ad altro e quello che più stonava era che il suo tono era quello di una scampagnata domenicale. Sembrava allegra... euforica...
Aspettai in silenzio che parlasse mentre il paesaggio brullo e desolato ci correva attorno, reso ancor più tetro dall'oscurità prematura portata dalle nubi.
Guidava fischiettando, il caschetto di capelli ramati che le accarezzava il viso.
"Da quando hai cambiato colore ai capelli Linda?"
"Sempre avuti così Carlo."
Balle. La settimana prima preparandosi per il suo viaggio li aveva tagliati ed era tornata al suo colore naturale. Ora iniziavo a ricordare.
"Ecco, siamo arrivati. Scendi."
Aprii lo sportello su quello che sembrava un campo sterminato in mezzo al nulla.

14.La strada

In quel sabato dal sapore aspro e nervoso decisi di ridare ordine alle vecchie cose... E mentre le stradine dissestate del ritorno facevano rimbalzare l'auto in cui io e Linda stavamo tornando a casa, la luce di una nuova alba iniziava ad incutermi coraggio. Guardando i primi raggi di sole amaranto la rabbia nera contro Linda iniziava a stemperarsi. Dovevo ripristinare un dialogo con lei se solo avessi voluto dare un senso a questo assurdo. Il suo sguardo duro era concentrato sulle curve morbide della strada, i suoi capelli ramati si mescolavano alla luce filtrata dal finestrino. Il silenzio faceva da sfondo ad un'atmosfera incerta, ma i miei pensieri mi urlavano di parlarle. Evidentemente lei sapeva. Le sue parole confuse ed enigmatiche rimbombavano nella mia mente come macigni scagliati dal monte più alto e poi infrantisi al suolo; e poi, "Ne abbiamo trovato un altro", di chi era quella voce? E di quale "altro" si trattava? Dovevo sapere... Cosa voleva dire tutto ciò? Dovevo chiederglielo. L'unico modo per iniziare a trovare il filo di una ingarbugliatissima quanto surreale matassa era solo lei.
E questo era il sabato giusto.
Nel tragitto per casa avrei rivisto il solito triste e solitario pioppo, la casa diroccata in attesa di essere demolita, il campo di papaveri e poi il campetto sportivo ma... Niente di tutto ciò si prospettò ai miei occhi! L'ospedale ormai era lontano. Eppure, di casa neanche l'ombra. Dove stava andando Linda? Il sole aveva cambiato colore e non perchè si ergeva più alto, l'azzurro violaceo del cielo si era nascosto dietro larghe macchie nuvolose, il sibilo di un vento improvviso attraversava i finestrini chiusi male. Di certo quella non era la strada di casa.

lunedì 11 agosto 2008

13

La stanza continuava a girare: era entrato qualcuno, ma non riuscivo a capire chi fosse, la nausea stava aumentando sempre più e avrei vomitato da lì a poco!
"Ne abbiamo trovato un altro!" aveva detto, e si stava avvicinando ...pericolo...ero in pericolo? Ero vulnerabile e questo mi bastava!
Urlare? Impossibile! In realtà neanche pensare. L'unica cosa che feci fu sollevare il braccio e ri-scaraventarlo sul letto con tutta la forza: presi in pieno lo specchio mandandolo in mille pezzi! I vetri schizzarono via impazziti, tagliandomi la mano e il braccio: il dolore mi diede un attimo di lucidità e urlai con tutto il fiato che avevo!

Ero in piedi, in camera da letto, davanti al mio specchio, rotto, il sangue, caldo e vischioso mi colava dalle dita, la porta si spalancò: una ragazza dai capelli scuri entrò di corsa, un grido, la guardai... era Linda? Sul mobile accanto, la cornice digitale, schizzata di sangue, mandava in loop le foto della gita di due settimane prima: già Linda aveva i capelli scuri e corti, come avevo fatto a dimenticarlo? Ero in stato di shock e le immagini si susseguirono mute: un pastore tedesco che mi guardava dalla soglia, la folle corsa in ospedale, le domande di routine del medico di turno, i punti di sutura e Linda che mi aspettava all'uscita. "Andiamo a casa!" disse "Oggi non parto!".
Era l'alba di sabato, il sabato giusto...

12 Chi sono

"Che cazzo significa che il mio destino è segnato? Come pensi che possa continuare a vivere come sempre? Penso che tu mi debba delle spiegazioni Linda!".
Non ci vedevo più dalla rabbia, che cosa diamine significavano quelle frasi senza senso? Questa è la ragazza che credevo di conoscere? Chi era e cosa voleva da me?
Anche l'emicrania aveva ripreso a farsi sentire...
Linda intanto non faceva che osservarmi... Era una mia impressione o stava sorridendo? No, non sorridendo... Sogghignando...
"Senti Linda, ora basta, che cosa sta succedendo?".
Intanto Pulce aveva cominciato ad abbaiare ed una fitta lancinante mi attraversò la testa come una freccia, da orecchio a orecchio.
Un'esplosione tra le tempie e tutto intorno a me cominciò a vorticare, il ghigno di Linda in un'espressione deforme, il latrato di Pulce sempre più forte.
Poi, una voce che non riconobbi.
"Ne abbiamo trovato un altro...".

lunedì 21 luglio 2008

11 Destino segnato

Linda aveva un'espressione incredula... Pareva che non sapesse se credere alla storia che le avevo raccontato: i suoi occhi mi fissavano cercando di carpire nuove informazioni dal mio modo di pormi, di comportarmi.
"Avanti, Linda, smettila adesso: mi sento studiato, non sono un fenomeno da baraccone!... Lo so che non mi credi..." Le dissi senza mezze misure.
Lei mi si avvicinò sedendosi sul letto. Il suo volto si addolcì, ma notavo comunque una tensione in lei evidenziata dal tremore del suo corpo filiforme... Portò una mano sul mio viso accarezzandomi, poi si alzò, si diresse verso la finestra, si legò i suoi capelli ramati, si voltò verso di me fissandomi per qualche secondo e disse: "Carlo, io ti credo eccome..."
Non capivo se mi stesse prendendo in giro: cosa significava quell' "eccome"... Chiesi spiegazioni intontito e lei aggiunse: "E' successo anche a me, devi rassegnarti, Carlo, il tuo destino è segnato per sempre... sei un altro, sarai un altro... e non mi chiedere niente perfavore... non mi è concesso dirti nulla... tranquillizzati, comunque, vivi come sempre..."
Rimasi paralizzato... Che cosa voleva dire? Mi adirai con Linda e iniziai ad alzare la voce...

sabato 22 marzo 2008

10

Aprii gli occhi e vidi il dito del vicino del secondo piano davanti al mio naso: "Segua il mio dito" ed io, ancora un po’ intontito, lo feci. "Sei svenuto ed io ho chiamato il dr. Raffaeli, per fortuna era in casa!" la voce di Linda, dapprima attutita, stava prendendo corpo, così come la mia vista. Seguirono le domande di rito del dottore a cui io risposi sempre più velocemente: "Io le consiglierei di andare al pronto soccorso!" esclamò. A quelle parole mille pensieri mi assalirono e rifiutai con tutte le mie forze! Cercarono entrambi di farmi cambiare idea, ma io rimasi fermo, finché decisero di uscire dalla stanza.
Poco dopo rientrò Linda: “Sei sicuro di sentirti bene adesso? Avevi la pressione sotto le scarpe fino a poco fa!”,
“Sto bene, mi è anche passato il mal di testa! Raffaeli è andato via?”,
“Sì, e non sei stato molto carino con lui!”,
“Ok, ok! Dov’è la mia agenda?”,
“Anche prima ce l’avevi con la tua agenda! E’ qui!”.
Linda la prese ed io le chiesi: “Mi cerchi oggi?”, incominciò a sfogliarla, poi si fermò, tornò indietro e riprese: “Non c’è!” esclamò!
“Vedi” sbottai, “c’è qualcosa che non va! Mi stanno succedendo cose assurde!”,
“E’ un errore di stampa…visto che hai due venerdì!" disse con un sorrisino "Proprio il giorno in cui ho parlato con quella tua amica! Tutte le pagine della settimana scorsa sono in bianco: non te ne sarai accorto!?”.
Allora mi decisi a raccontarle tutto...o meglio...il niente che ricordavo. Appena ebbi finito lei si alzò, andò a prendere il suo specchio, me lo piazzò davanti e mi chiese di guardarmi le spalle: proprio là dove avevo sentito la sensazione di qualcuno che mi afferrava, c'erano dei lividi, delle ditate!, "Li ho visti mentre il dottore ti visitava!"...

martedì 18 marzo 2008

9 Malessere

Accorse Pulce abbaiando a squarciagola, a volte lo avrei impiccato, tanto mi dava sui nervi e ora più che mai, visto che stavo davvero esplodendo dal nervoso... il mal di testa non si chetava e Linda che mi aveva urlato: "Arrivo!", mi sembrava non giungesse mai... La dilazione del tempo mi sembrava infinita, ma che mi stava succedendo? Mi sentivo angosciato e incominciavo a vedere sfocato...
Ma finalmente arrivò Linda, mi apparve alla porta e la fissavo come fosse stata un angelo pronto a salvarmi, a darmi una mano... Le sussurai: "Linda, oggi è domenica, vero?"
Allora lei mi accarezzò il viso chiedendomi: "Sei sicuro di stare bene? Certo! Ma che fai con l'agenda in mano?"
Appoggiai il mio capo sulla sua mano dicendole: "Aiutami... sto malissimo e... qui manca un foglio..."
Ad un tratto non vidi più nulla... mi sentii solo cadere sul pavimento e Linda urlare: "Ehy!!! Che ti succede!!! Aiuto! Aiuto!!!!"

lunedì 17 marzo 2008

8 Il giorno scomparso.

Basta:ora è troppo, pensai. Dovevo ritornare in me. Ma cosa diamine mi stava succedendo? Dovevo, volevo chiudere questo capitolo. Sentivo di essere più forte. Non so di cosa, non so cosa stesse impadronendosi della mia vita, delle mie innocue giornate. Sarà giorno, sarà notte? Che ore sono? Con la testa pesante mi avviai verso il bagno. Una doccia mi avrebbe rimesso in sesto. Il mio corpo immerso nell'acqua. Solo il suono delle gocce impazzite su di me. Nullaltro intorno. Tenni gli occhi chiusi per mezz'ora. Mi sembrò un'eternità. Frammenti di immagini indefinite scorrevano nella mente. Luce, buio, acqua, cane, buio, acqua, luce. Aprii gli occhi. Niente doveva più spaventarmi. Mi sentivo meglio. Ero pronto per ricominciare daccapo. Lasciai che l'accappatoio mi avvolgesse in un tiepido abbraccio. Volevo si riscaldasse quel freddo che sentivo...Dentro. Ecco, ero finalmente lucido. Uscii dal bagno. "Va meglio?" mi chiese Linda. Ed io:"Sì, decisamente" ma rientrai veloce in camera. Non dovevo sforzarmi più di ricordare, di capire, o sarei finito per impazzire. Per impazzire ancora. Disteso sul letto, allungai la mano sul comodino di fianco. Presi l'agenda per dare un contorno a questo tempo che scorreva. Sentivo di avere mille cose da fare ma non sapevo minimamente da dove cominciare. Cercai allora il da farsi per quella giornata, sulla mia agenda. Sfogliai prima velocemente, poi lentamente e ancora una volta e, di nuovo, ma... Proprio quel giorno mancava. Non era presente all'interno dell'agenda. Non era stato strappato, semplicemnete non c'era. Una congiura? E'uno scherzo? Cercai ancora. Niente. Dovevo tenere i nervi saldi. Chiamai Linda.

7

Ero a terra? Ero caduto? Le mani alla testa nel vano tentativo di contenere il dolore. Il rumore della porta d'ingresso che si apriva, le leccate di Pulce, la sua voce un po' incredula "Hai già cucinato? Evvai!" trasformatasi pochi secondi dopo "Carlo, ma che succede?", Linda accanto a me che mi chiama, io che apro a malapena gli occhi e le sussurrò: "La testa è come se mi scoppiasse!", delle gocce in un bicchiere d'acqua, sollievo, ed io seduto su una sedia che cerco di mettere in ordine le idee. "Va un po' meglio? Certo che ti devi essere preso una bella sbronza ieri sera, bevi poco, ma quando lo fai! Cosa hai combinato in questa settimana?", alzai gli occhi con fare interrogativo e dissi: "Questa settimana?".
Mi servì un po' d'arrosto e si mise a tavola: "Sì, ho provato a chiamarti in questi giorni, ma avevi il cellulare spento, poi alla fine mi ha risposto una tua amica, credo, dicendo che non potevi venire al telefono! Dovrebbe avere un animale di grossa taglia: sentivo dei rumori in sottofondo!". La mia faccia a punto interrogativo colpì nel segno: "Sabato scorso... io e il cane siamo partiti all'alba e siamo andati una settimana dai miei... ieri sera, quando sono rientrata, eri a letto e non ti ho voluto svegliare! ...Sei sicuro di stare bene?".
Una mano sulla fronte, calda e rassicurante come una leggera brezza, ed i suoi occhi preoccupati che continuavano a fissarmi...